Storia e curiosità di Germania-Argentina: le finalissime

di Oreste Giannetta
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Per la settima volta in Coppa del Mondo. Per la terza volta in finale. Germania-Argentina è più di una classica, ormai, è quasi una storia nella storia dei mondiali, oltre a rischiare di diventare un appuntamento fisso, visto che sarà la terza edizione di fila nella quale si incontreranno.

Mai prima d’ora una sfida era valsa per tre volte il titolo iridato. Era stata la prima a concedere il bis, immediato, nel 1990, per poi venire eguagliata da Italia-Brasile che nel 1994 vide il successo ai rigori dei verdeoro, dopo quello ben più netto del 1970. Da allora sempre finali inedite, ma non in questo caso. E l’equilibrio regna sovrano.

I tedeschi sono avanti nei confronti ai mondiali, con tre vittorie a una (più un successo ai rigori), ma la Selección può vantare più vittorie in generale, 9 a 6, anche se il numero di gol realizzati, 28, è uguale per entrambe.

C’è un prima e c’è un dopo, ma non si può non partire dalle due finalissime. Bellissima la prima, quella del 1986 all’Azteca con Maradona che per un giorno non pretende tutti i riflettori su di sé, ma lascia segnare i compagni. José Luis Brown, storico stopper dell’Estudiantes, che però aveva lasciato da tre anni per un giro vorticoso del mondo che lo avrebbe portato anche in Spagna e Francia. Quell’inzuccata su cross dalla destra che apre i giochi prima della mezzora sarà il suo unico gol in maglia albiceleste. Jorge Valdano, probabilmente l’uomo di maggior talento della squadra eccetto il Pibe. Lo dimostra anche in occasione del raddoppio a inizio ripresa, con un bel destro ad anticipare l’uscita di Schumacher. Lascerà il calcio l’anno dopo, giocando nel Real Madrid, per colpa di un’epatite.

Partita chiusa? Proprio no. Nel giro di sette minuti il punteggio torna in parità. L’irriducibilità tedesca torna a farla da padrona. Karl-Heinz Rummenigge, bomber troppo spesso acciaccato dell’Inter, deposita in rete un corner spizzato da un compagno e poi Rudi Völler, che invece dall’anno dopo esalterà i tifosi della Roma volando sotto la Curva Sud, tocca di testa sotto porta beffando Pumpido e i colleghi di reparto. Tutto da rifare, ma Maradona approfitta del momento di esaltazione dei tedeschi facendo la cosa migliore della sua giornata. Trova il varco giusto per lanciare da centrocampo Jorge Burruchaga, vincitore di una Coppa Intercontinentale con l’Independiente, ma trasferitosi da un anno in Francia, che diventerà la sua seconda patria grazie alle esperienze con Nantes e Valenciennes. Il trequartista parte a razzo sulla destra, imprendibile per tutti, e fredda il portiere avversario con un diagonale. I dadi hanno detto Argentina, il trionfo di Maradona è completo.

Quattro anni dopo il Pibe sogna il bis, ancora contro la Germania. La sua serata all’Olimpico inizia male, sommerso dai fischi di vendetta del pubblico di Roma per la fresca eliminazione degli azzurri, venuta dopo dichiarazioni al vetriolo contro l’Italia. Se quella di Città del Messico era stata una finale bellissima, questa è forse la più brutta, in coppia con quella del 1994. Gara avviata verso lo 0-0 e i supplementari, nonostante l’espulsione dell’argentino Pedro Monzón a metà ripresa, complice un tuffo forse esagerato di Klinsmann. Finché Völler si lancia in area e cade dopo un contrasto con Sensini, reduce dalla prima di sedici stagioni italiane. Fallo inesistente, ma l’arbitro messicano Codesal vede qualcosa e fischia calcio di rigore. Il terzino interista Andreas Brehme non si fa irretire dalla fama di para-rigori di Goycochea e manda la palla all’angolino, irraggiungibile. Mancano cinque minuti e la Coppa vola in Germania, anche perché poco dopo arriva l’espulsione per Gustavo Dezotti che lascia la Selección in nove uomini. Vendetta compiuta, anche se in maniera non molto limpida.

Ora, a 24 anni di distanza, è arrivato il giorno della bella. Vincerà la squadra migliore, la Germania, o l’Argentina che punta sui lampi del giocatore migliore al mondo, Messi? Di fatto è una sfida non solo tra due nazioni, ma tra due modi di intendere il calcio.


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